
Roma sorse come
insediamento di pastori e contadini sulle pendici del Palatino intorno al 750 a.C.
I suoi abitanti furono, fin dalle origini, in contatto
con i popoli vicini più evoluti quali gli Etruschi e i Greci della Magna Grecia
e ne subirono l'influsso mutuando da essi anche i fondamenti della tecnica
e dell'artigianato per cui i primi Romani che si dedicarono alla concia delle
pelli e alla fabbricazione di calzature impararono da quelli i processi
produttivi.
Plutarco ricorda che già nel periodo regio gli addetti
alle lavorazioni di cuoio e pelli erano organizzati in una corporazione che, come altre, fu regolamentata
dai leggendari re Numa Pompilio e Servio Tullio;
queste corporazioni, precorritrici delle "arti" medioevali, agirono durante tutto il periodo repubblicano e ricevettero nuove
regole da Giulio Cesare (100 a.C. - 44 a.C.) tanto che, nel foro di Ostia,
esiste un mosaico che illustra le attività dei "Coriarii" ossia degli
artigiani che si occupavano delle lavorazioni di cuoio e pelli.
La tecnica conciaria romana è sufficientemente
conosciuta , non solo per mezzo di testimonianze letterarie ed epigrafiche ma
anche a causa di ritrovamenti archeologici che hanno permesso, ad esempio, di
riportare alla luce una conceria coperta dalle ceneri e dai lapilli del Vesuvio durante l'eruzione che seppellì
Pompei nel 79 d.C. o di rinvenire in torbiere nordiche e in siti molto asciutti del medio oriente frammenti di pellame che è stato
possibile analizzare.
I Romani conciavano le pelli con l'allume, con materie
grasse e con prodotti vegetali contenenti tannino come il sommacco (Rhus
coriaria), le noci di galla, la corteccia di quercia, quella di pino e le scorze
di melograno importate dall'Africa.
Le pelli potevano anche
essere conservate per lunghi periodi con il metodo della salatura appreso
dai Galli e dai Germani.
Le prime calzature usate dai Romani furono le Soleae;
si trattava di primitivi calzari costituiti da suole di cuoio allacciate alla gamba con corregge di pelle che, in seguito, finirono per essere indossate
solo in casa come i Socci che erano pedule di feltro colorate usate anche dagli attori comici.
Con l'evoluzione della socialità, le scarpe finirono
per diventare, anche per i Romani, un elemento caratterizzante dello status di chi le indossava.
Ecco perché, per uscire,
i cittadini di rango elevato usavano i Calcei (vedi fig. 26) in abbinamento con
la toga o l'abbigliamento militare; consistevano in suole senza tacco di uno spessore di circa 5 mm.
corredate da tomaie in pelle morbidache ricoprivano tutto il piede; dai lati di ogni suola partivano due larghe
strisce che si incrociavano e venivano annodate sul dorso del piede mentre altre
strisce più sottili potevano partire dal tallone, si avvolgevano sulla caviglia
per circa 15 cm. e vi venivano annodate lasciandone pendere le estremità a
volte decorate da fibbie d'avorio a mezzaluna.
I Calcei portati dai senatori (Calcei senatorii) erano di colore nero,
quelli delle più alte cariche civili erano rossi ed esistevano anche i Calcei ripandi (o Calcei uncinati) dalla punta rialzata
probabilmente di derivazione etrusca.
Nella stele funeraria del calzolaio Caio Giulio Elio
risalente al 1° sec. a.C. esposta a Roma nel polo museale della centrale Montemartini (Musei capitolini) sono scolpiti un esemplare di calceo ed uno di
caliga. (vedi fig. 37 tris)
Nello stesso museo si può ammirare il gigantesco piede
di una statua della "Fortuma huiusce diei" alta 8 metri scolpita
nel 101 a.C. da Skopas, scultore greco attivo a Roma, calzata con un sandalo
"infradito", probabilmente un modello di Krepis e ciò ci fa supporre che anche le matrone romane indossassero calzature di quella
foggia. (vedi fig. 37 quater)
In occasione di cerimonie i patrizi indossavano i
Mullei (vedi fig.27); si trattava di Calcei di colore rosso dalla suola molto
spessa in modo da innalzare la statura di chi li calzava come testimoniano
Plinio e Svetonio.
La fig.28 tratta da una statua di Settimio Severo (146
d.C. - 211 d.C.) proveniente da Alessandria ed esposta al British Museum di Londra
mostra un paio di Mullei caratterizzati dalla mancanza delle strisce di pelle
che, dai lati della suola, si incrociavano sul dorso del piede per poi avvolgersi intorno alla caviglia ed esservi
annodate.
Sia i Calcei che i Mullei erano scarpe costose,
complicate, difficili da indossare e scomode, per cui, nella vita di tutti i
giorni, si portavano sandali (vedi fig.29) con le suole fissate ai piedi con
svariati sistemi basati su cinghie di pelle.
I sandali femminili di appartenenti alle classi agiate
potevano essere decorati da ricami, perle e pietre preziose e, addirittura avere le suole d'oro o d'argento.
Un tipo di sandali d'origine greca erano le Crepidae
(vedi fig.30) atte anche alla marcia su terreni difficili , quelle femminili
erano dette Crepidulae.
Potrebbero essere un modello di Crepidae le calzature
della fig.31 che fanno parte di una statua dell'imperatore Adriano (76 d.C. - 138
d.C.) proveniente dal tempio d'Apollo a Cirene ed esposta al British Museum di Londra.
Lo stesso vale per il modello illustrato nella fig. 31
bis,
finemente decorato con motivi a foglie d'acanto, tratto dalla riproduzione di una statua in bronzo dell'imperatore Settimio Severo
(146 d.C. - 211 d.C.) esposta ai Musées
Royaux d'Art et d'Histoire di Bruxelles dove si trova anche un calamaio
portatile romano in bronzo trovato a Willemeau (Belgio) che riproduce fedelmente un Pero (vedi fig. 33).
Le donne portavano anche
calzari (vedi fig.32) simili a scarpe basse attuali, ma senza tacco.
I popolani ed i contadini
indossavano altri tipi di calzature; i più usati erano i Perones (vedi fig.33),
scarpe dalla suola senza tacco con una tomaia in pelle alta alla caviglia
allacciata sul dorso del piede con fibbie o stringhe e che potevano essere
indossate sul piede nudo o interponendo una specie di calza in feltro.
I militari, fino al grado di centurione, i contadini e
chiunque dovesse percorrere lunghi tratti su terreni accidentati portavano le
Caligae (vedi fig.34); erano scarpe dalla pesante suola senza tacco chiodata con
bullette (clavi caligares) tanto che nelle sue satire Giovenale commiserava chi
avesse posto il piede sotto la suola di un soldato; ai militari veniva
corrisposta un 'indennità detta "clavarium" onde potessero sostenere
la spesa necessaria alla sostituzione dei chiodi delle caligae.
La tomaia era simile a quella dei Perones, ma senza
apertura affibbiabile, come quella di uno stivaletto moderno. Sul bordo superiore, per aiutarsi a calzarle, erano praticate, davanti e dietro, due
fessure a mezzaluna e, poiché era fatta di cuoio molto spesso e quindi rigido,
la punta era aperta onde evitare di ferire le dita con lo sfregamento.
Per assicurare meglio queste scarpe al piede e per
irrobustirle ulteriormente, la tomaia era attraversata da una serie di corregge ed era dotata di rinforzi, alleggeriti da fessure, nel tallone.
I lati della suola erano collegati da una striscia di
pelle che passava sopra il dorso del piede; altre due strisce più strette univano la tomaia con la suola verso la punta ed erano tenute distanziate da una
striscia trasversale posta all'altezza dell' apertura sulla punta stessa.
Da questo modello di calzatura prese il soprannome
l'imperatore Caligola (Gaio Cesare Germanico 12d.C. - 41d.C.) che lo ebbe dai
legionari comandati dal padre sul Reno.
Le Carbatinae ( vedi figg.35 -37) in cuoio grezzo e con
la tomaia ricavata da un unico pezzo di pelle erano
anch'esse adatte alla marcia su terreni difficili e quindi soprattutto usate dai militari.
Le Gallicae erano una variante delle Carbatinae
proveniente dalla Gallia.
Le Ocreae (vedi fig.36) erano degli stivaletti alti al
polpaccio allacciati sul davanti da stringhe incrociate.
Proviene dagli scavi di Qasr Ybrim in Egitto lo
stivaletto militare databile 1° sec. a.C. - 1° sec d.C. (vedi fig.37)
esposto al British Museum di Londra ove è definito come una Caliga; è stato
confezionato con un unico pezzo di cuoio alla quale è stata aggiunta la suola
ed era tenuto allacciato al piede a mezzo di stringhe di pelle passanti
attraverso le fessure di cui sono munite le cinghiette collegate alla tomaia.
Probabilmente apparteneva ad un soldato membro della
guarnigione romana che stazionava in quella località.
A Colonia, in Germania, è stato rinvenuto uno
stivaletto di modello analogo che differisce da quello sopra citato per
non avere nella tomaia le fessure che permettevano una certa aerazione del piede,
ciò per evidenti motivi climatici! (vedi fig. 37 bis)
Gli schiavi ed i proletari usavano zoccoli di legno
detti Sculponeae e i
campagnoli gli Udones costituiti da suole rettangolari munite di lunghe cinghie
di cuoio che le assicuravano ai polpacci protetti da pezze di lana e/o pelli
d'ovino, in sostanza gli antenati delle Ciocie!
Apuleio, nelle sue Metamorfosi (VII, 27), afferma che i
sacerdoti della dea siriana Atargatis indossavano calzature di colore giallo.
Nell'editto di Diocleziano del 301 d.C. (Edictum de
pretiis venalium rerum), calmiere che elencava meticolosamente anche i prezzi
massimi di vendita di tutti i generi di consumo, sono menzionati almeno 20 tipi di
calzature come: Calcei patricii, Calcei senatorii, Caligae equestres,
Caligae muliebres, Campagi, Urinae.
I Campagi erano calzature militari mentre le Urinae
erano sandali femminili in pelle bovina.
All'epoca del tardo impero (V - VI sec.) le matrone
romane portavano zoccoli dorati o stivaletti di cuoio che scricchiolavano ad ogni passo, ce lo dice San Gerolamo che stigmatizza questa moda troppo
frivola.
Nel libro XIV, legge 2 "de abitu quo uti oportet
intra orbem" del codice teodosiano (435 -438 d.C.) emanato da Teodosio II
il giovane, imperatore d'oriente (401 d.C. - 450 d.C.) si legge che gli augusti
Arcadio e Onorio proibiscono a Roma l'uso delle Zanche che, a quel tempo, dovevano essere una sorta di stivaletti o
scarpe.
Le scarpe romane potevano essere lucidate con la cera
d'api ed avere vari colori; per il nero si usavano sali ferrosi e/o estratti
tannici, il giallo si otteneva dallo zafferano, l'azzurro era ricavato dal guado
(Isatis tinctoria), le scarpe di lusso erano colorate di rosso con la porpora o con l'Oricello
(Roccella tinctoria) che era
meno costoso.
Le tomaie erano cucite con filo di lino ed erano unite
alle suole con strisce di cuoio, tendini o budello ritorto.
I Romani usavano togliersi
le scarpe durante i banchetti ed anche prima di entrare nelle terme e ci è
pervenuto un mosaico che era situato all'ingresso di una di esse che raffigura la scritta augurale
"Benelava" ed un paio di pianelle a infradito per ricordare agli utenti di togliersi le calzature e di recuperarle all'uscita.
Nell'"Ars amandi" di Ovidio (43 a.C. - 18 d.C.) leggiamo che le aristocratiche romane attribuivano un valore di grande
sensualità alle calzature strette e fascianti.

Fig.26 Fig.27 Fig.29

Fig.30 Fig.32 Fig.33

Fig.35 Fig.34 Fig.36
Fig.28
Fig.31
Fig. 37
Fig.38

Fig. 37 ter Fig. 37 quater
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Ultimo aggiornamento: 08/02/2008